Questo sito utilizza cookies tecnici, di profilazione anche di terze parti per migliorare l'esperienza di navigazione dell'utente. Continuando la navigazione o cliccando sul pulsante ACCETTO, ne consenti l'utilizzo.

Piazza Tribunale: Perché la scelta della Arendt è corretta, ma va interpretata e possibilmente letta

È toccato a te, cara Hannah, doverti nuovamente porre tra l’etica civile e al torpore popolare. Hannah Arendt come scudo contro i totalitarismi, non è una novità.

Anche a Bolzano l’ultimo monumento con riferimento al Duce e al regime fascista ha trovato velo grazie alla scritta della quasi sconosciuta filosofa tedesco/americana.
Il bassorilievo con Mussolini a cavallo, presente sulla facciata del palazzo di Piazza Tribunale a Bolzano, da oggi sarà celato da una scritta luminosa che reciterà “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Molti si sono chiesti che cosa avesse voluto dire questa Signora filosofa, tanto sconosciuta ai più.

Peccato che nelle scuole – anche se a Bolzano ne abbiamo pure una dedicata – non solo non si parli della Arendt, ma neppure di filosofia. Motivo per il quale, proprio quei totalitarismi che oggi andiamo a velare con il neon, potrebbero ritrovarsi in erba, in un futuro neppure troppo lontano. Basta leggere i sani e democratici commenti presenti in ogni dove nel, a sua volta democratico, mondo social.

hannah2

E allora perché scegliere la Arendt? E non Primo Levi per esempio?

Innanzitutto bisogna chiedersi che cosa, la frase della Arendt, va a contestare. Perché la dialettica serve proprio a questo. “Nessuno ha il diritto di obbedire”, si antepone allo storico (e curiosamente studiato, questo si nelle scuole..) “Credere, Obbedire, Combattere”.

La forza dei totalitarismi – scrive proprio la filosofa nei suoi testi “La banalità del male” e “Le origini dei totalitarismi” – sta nel mascherare le proprie responsabilità personali (etiche e morali) dietro il folto e comodo mantello degli ordini, dell’obbedienza, della gerarchia. In altre parole l’uomo è portato a giustificare azioni moralmente sbagliate se queste sono a lui indotte da un ordine superiore. La Arendt invece manifesta la necessità di saper usare il pensiero come antidoto al torpore morale e intellettuale che genera e accompagna le dittature.


La riflessione arendtiana ha lo scopo di farci percepire la fallacia di qualsiasi regola, norma o principio imposto dall’esterno al comportamento civile, di obbligarci alle nostre responsabilità, di negarci il silenzio. Le atrocità nazifasciste, l’indifferenza di Pio XII al massacro degli ebrei, l’Apartheid, ma anche le leggi discriminatorie stabilite fino al 1957 negli Stati Uniti, sono tutti attimi della storia che non sarebbero accaduti se i popoli non avessero taciuto, obbedito e creduto nei loro “rappresentanti”. Ieri eravamo ignoranti, oggi non abbiamo più giustificazioni.

È necessario sviluppare la capacità di giudicare, è proibito trincerarsi nel luogo comune del “chi sono io per giudicare” o nella responsabilità generale, per cui se tutti sono colpevoli non lo è più nessuno.

Questo è il messaggio di Hannah Arendt, e speriamo che oltre a leggerlo con il naso all’insù, nelle fredde serate bolzanine, qualcuno colga l’occasione per sfogliarla al calduccio nelle nostre comode e per fortuna oggi democratiche, case di città.

Last modified onGiovedì, 09 Novembre 2017 19:05

Leave a comment

Make sure you enter all the required information, indicated by an asterisk (*). HTML code is not allowed.