Quarant'anni dopo il '68

Quarant'anni dopo il '68

 

Quarant'anni dopo il 1968: celebrazioni, apologie, ma anche anatemi, "ricordando con rabbia". Forse, al di là di ogni retorica, positiva e/o negativa, rimane da dire che molti leaders sessantottini sono diventati "altro": ... ... Daniel Cohn-Bendit, leader del Mai 68 a Parigi, ma di origini tedesche ed ebraiche (cosa che a suo tempo gli venne rimproverata aspramente), in Germania divenne un affermato politologo, commentatore TV (TV svizzera, per anni, rubrica libraria anche discreta), leader verde ultra-moderato e molto scettico sugli immigrati (cfr. il libro "Heimat Baylon", 1992), Joschka Fischer, che nel 1968 tirava molotov, è diventato ministro più volte, Mario Capanna, dopo una gimkana che gli ha fatto cambiare almeno tre partiti, sembra "attardato" tra scrittura e difesa del consumatore, sempre da protagonista; molto peggio era andata a Rudi Dutschke, leader studentesco in Germania federale, ferito a morte da un avversario politico (un nazista, per dirla tutta), morto circa dieci anni dopo.(read more_clicca sul titolo)

Ora, da certa destra (ma non tutta), da molto centro (cardinali compresi, ma anche qui non tutti), da varia sinistra (scic!?) arrivano anatemi. Arrivano però anche da Michael Novak, politologo, filosofo, economista, teologo USA: "nuova sedicente "rivoluzione", praticamente una rivolta contro le basi etiche delle libertà e delle istituzioni occidentali (citando Christopher Lasch)"... (da Novak, "Gli anni in cui l'Europa contagiò l'America", in "Liberal" del 30 gennaio 2008, pp.6-7). Novak la considera una rivoluzione borghese, studentesca, ma sostanzialmente "nichilista"; arriva a rivendicare la bontà della scelta di suo fratello minore Ben, che partì volontario per il Vietnam, combattendo coraggiosamente in situazioni molto pericolose.

Senza in alcun modo "mitizzare" i Vietcong (ci mancherebbe), dirò invece che la scelta di attaccare il Vietnam (prosecuzione, quasi tre lustri dopo, della guerra di Corea, però "interrotta" dal conservatore Ike, alias il presidente Einsenhower) si inseriva in una scelta da pura "guerra fredda", cedendo al militarismo più oltranzista. Quasi nessuno degli oppositori della guerra in Vietnam, negli States e in Europa, era comunista o filo-comunista.  Certo, eccezioni vi furono, ma non significative. Decisamente più interessante quanto ha detto, al convegno di "liberal" (Fondazione "Liberal", il primo febbraio scorso, "Tempio di Adriano" in Roma), l'ex "nouvel philosophe" André Glucksmann, che  parla soprattutto del Mai parisien, ma anche, in realtà, d'ogni Sessantotto, che "è stato anche anticomunista e antisovietico". Affermazione vera, se pensiamo al libertarismo socialista, che in Francia si richiamava alla tradizione che va da Jean Jaurès al miglior Michel Rocard, per non dire di Jacques Attali ...

Ma anche in Italia ci sono i Rosselli, Salvemini,  Calogero, Nenni, Craxi ... In tutta Europa, la tradizione socialista libertaria e socialdemocratica è decisamente nobile. In questo senso, il "Sessantotto" ha favorito anche la critica dell'autoritarismo, la messa in discussione di quei residui (ma non solo) autoritari che caratterizzavano scuola, esercito, rapporti umani in genere. Che poi nel Sessantotto vi siano state anche forze potenzialmente anarchiche, sovversive, che in seguito avrebbero portato anche al terrorismo è vero; ma qui iniziava l' "appropriazione" del movimento da parte di forze comuniste e marxiste (marxiste leniniste, meglio) di diversa coloritura, insofferenti di quanto il Sessantotto vero e proprio aveva conquistato-raggiunto-realizzato. Del resto, è sociologicamente dimostrato che dopo una fase di effervescenza extra-istituzionale, si creai un "inglobamento", una ri-strutturazione in forme di "socializzazione" anche coatta. Che questo, negli anni Settanta sia avvenuto come sappiamo, è vero. Sia detto  da chi, il sottoscritto, nel Sessantotto era teen-ager, negli anni Settanta  capiva già qualcosa in più, almeno si spera ... 

 

Eugen Galasso  

Last modified onMartedì, 05 Aprile 2016 21:20

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