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"L'ora del ricevimento (Banlieu)" nella stagione del TSB

"L'ora di ricevimento (Banlieue)" di Stefano Massini. Realizzazione del Teatro Stabile dell'Umbria. Regia: Michele Placido. Intepreti: Fabrizio Bentivoglio, Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Baluscani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iariori, Balkissa Maiga, Giulia Zeeti, Marouane Zotti. Dal 7 al 10 dicembre nella stagione del Teatro Stabile di Bolzano.

Stefano Massini è commediografo "à la une", ossia in prima pagina, da qualche anno, vista la sua bravura accompagnata a una copiosa produzione di testi, anche di carattere diverso. Masini, oltre alla trasposizione teatrale de "Il nome della rosa" di Umberto Eco, ha scritto questo "L'ora di ricevimento/Banlieue", un testo che viene proposto in molti teatri, per ora italiani, con notevole successo (è già chiaro ora, quando la pièce ha esordito da poco tempo) e lo merita.

Si tratta di un testo caustico che racconta la vita di un letterato, professore di scuola media in una "Banlieu" particolarmente problematica dove, a parte caratterizzare gli allievi (le allieve) in un certo modo, dove ci sono i "raffreddori", i "fuggi presto", i "primo banco" etc., sono anche i genitori (normalmente durante l'orario di udienza, un giovedì in tarda mattinata) a creare problemi, soprattutto quando si tratta di etnie-religioni-culture diverse che tendono a scontrarsi oltre che a incontrarsi, quando si tratta, per es., di cibo...

Così il navigatissimo prof(profe) di lettere, alle prese anche con un supplente di matematica strappato al lavoro di ricerca all'università decisamente più in crisi, finisce in crisi egli stesso quando non sa più come muoversi, creandosi linee di fuga immaginarie, scambiando situazioni temporali diverse (fine - inizio anno scolastico), altro ancora, in una vera e propria "ridda" di opzioni esistenziali ben più che didattiche e/o pedagogiche.

La bravura di Bentivoglio corrisponde all'impegno di tutti/e gli/le interpreti, più che adeguatamente diretti/e da Michele Placido, che privilegia, in un testo che potrebbe essere considerato quasi unicamente "teatro di parola" anche la scelta del "movimento", dell'"azione"...

Un testo che cambia decisamente rotta rispetto a molte proposte del teatro contemporaneo italiano, non solo e non tanto per l'ambientazione in una banlieue francese (anche perché in molte realtà europee e anche proprio italiane la situazione è, se non identica, molto simile), rifiutando scappatoie "buoniste", ma anche dando il senso di un "escape" che può essere anche onirico-fantastico ("grottesco", appunto), senza peraltro lasciare da parte i problemi nella loro attualità e imperatività, senza nessuna caduta (e questo è importante anche sul piano civile, "politico", possiamo pur dirlo) nel becero semplicismo razzista o para-razzista di forze politiche che "cavalcano la tigre" di un malessere in parte reale, in parte costruito ad arte...

Talora qualche lungaggine e qualche situazione pletorica si sarebbero potute evitare, ma rimane l'originalità di una situazione che il quarantenne autore e regista teatrale - formatosi con Luca Ronconi, dunque con una "star" assoluta della scena teatrale non solo italiana -, anche con allusioni metaforiche invero molto chiare (pensiamo al finale, dove sembra che il "fortino-scuola" venga assalito da una nuova barbarie, forse neonazista, forse altrimenti connotata), riesce a condurre con un gusto intelligente del paradosso che è decisamente "altro" rispetto a quanto si è visto e si vede sulle scene teatrali soprattutto italiane.

Irene Carrubba e Eugen Galasso

Last modified onMartedì, 28 Novembre 2017 22:32

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