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“Mondo del lavoro e trasformazione demografica”: convegno a Bolzano

Si è aperto con i saluti dell’Assessore al lavoro della Provincia Autonoma di Bolzano, ing. Roberto Bizzo, e del direttore della Ripartizione lavoro della Provincia, dott. Helmuth Sinn, il convegno dello scorso 12 maggio presso l’università di Bolzano dal titolo “Mondo del lavoro e trasformazione demografica”, in una sala gremita ed alla presenza del sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli e degli assessori comunali Mauro Randi e Chiara Pasquali.

La domanda che ha aperto i lavori del convegno è stata questa: dove e come saremo noi tutti il 12 maggio 2050?

Hanno cercato di dare una risposta il futurologo dott. Karlheinz Steinmüller, il dott. Antonio Gulino dell’Osservatorio del mercato del lavoro della Provincia, il consulente del “Zukunftinstitut” dott. Daniel Dettling e la dott.ssa Manuela Stranges, docente di demografia dell’Università della Calabria.

Chi volesse conoscere in dettaglio i contenuti di ogni singolo intervento lo può fare collegandosi a questo indirizzo internet: www.provincia.bz.it/lavoro/mercato-del-lavoro/1743.asp

La riflessione dalla quale ha preso le mosse il convegno è che, per poter analizzare il futuro, è indispensabile guardare prima al passato, così da potersi estraniare dal presente. Da una attenta analisi del passato non si può non notare che il principale rischio del “fare proiezioni” è o un eccessivo allarmismo o una eccessiva benevolenza. Per non cadere in questi pericoli è opportuno che un futurologo si spinga ad una proiezione che parli al massimo dei prossimi 3-5 anni. Gli ostacoli invece che un futurologo non può prevedere sono i cosiddetti “Wilde Cards”, gli eventi imprevedibili, il potenziale costruttivo e distruttivo che sta “dietro alle quinte” (per esempio l’attentato alle torri gemelle, il terremoto in Cina ... ecc.).

Fatto questo giusto assunto sulla futurologia la discussione si è spostata facendo una panoramica sulla situazione demografica in Europa. E’ condiviso da tutti il fatto che l’invecchiamento demografico continuerà ad aumentare ed il tasso di natalità continuerà a diminuire: questi due fattori porteranno ad una economia sempre più debole perché condizionata da un alto livello pensionistico (basti pensare che si è calcolato come, entro il 2060, se tutto rimane invariato, il 18% del PIL di ogni nazione confluirà nelle pensioni).Cosa fare per invertire questa tendenza? Tutti i relatori si sono detti d’accordo nell’affermare che diventa indispensabile, per evitare il collasso, cambiare il modo in cui guardiamo agli anziani. Per fare questo è importante rispondere a questa domanda: chi sono gli anziani di oggi?Sono settantenni che ne dimostrano sessanta e se ne sentono quaranta (efficace l’esempio fatto dal dott. Steinmüller nel far vedere una foto del gruppo musicale Rolling Stones). Gli anziani di oggi sono persone che vanno all’università, sono mobili e con un alto potere d’acquisto, sono persone che portano con sé un enorme bagaglio d’esperienza ma, nonostante questo, il mercato del lavoro tende ad emarginarli, non intravvedendone l’enorme risorsa. L’esperienza di queste persone, oltre a non essere utilizzata e trasferita nell’ambito del lavoro, non viene più neanche trasferita tramite la cosiddetta “rete parentale”, in quanto la famiglia ormai è numericamente ridotta (dalle statistiche emerge che ogni coppia ha al massimo 1,3 figli) ed i figli imparano e prendono esempio più dai coetanei che dagli altri componenti della famiglia. Questo cambiamento della società probabilmente porterà  ad un conflitto generazionale; di sicuro sappiamo che porterà a problemi economici.Questa situazione riguarda l’intera Europa, Alto Adige compreso. Anche da noi, infatti, come risulta chiaramente dall’analisi della piramide demografica (che analizza le nascite, le morti ed i fenomeni migratori), la popolazione, da oggi al 2050, continuerà ad aumentare ed il rapporto tra la forza lavoro (popolazione di età compresa tra i 20 ai 65 anni) e la “non forza lavoro” (giovani ed anziani) continuerà a crescere fino ad arrivare ad un livello preoccupante.

Per mantenere questo rapporto equilibrato si valuta indispensabile che:

-  l’età media pensionistica aumenti di almeno 5 anni; -  l’occupabilità delle donne aumenti ed arrivi a raggiungere almeno l’occupabilità maschile; -   i giovani entrino prima nel mercato del lavoro; -   si comprenda davvero l’effetto del fattore immigrazione. Per evitare il collasso economico e sociale è indispensabile lo sforzo di tutti, anche delle aziende, che dovrebbe agevolare l’entrata nel mercato del lavoro della cosiddetta “forza lavoro potenziale”. Questa forza lavoro comprende tutti coloro che vorrebbero lavorare ma che per questioni legate agli orari, alle condizioni di lavoro, ecc., non possono lavorare. Un ulteriore sforzo che si richiede ai datori di lavoro riguarda i lavoratori più anziani. Nell’ottica di alzare l’età pensionistica è indispensabile che questi lavoratori siano impiegati in altre mansioni rispetto a quelle originali. Esemplificativo è l’esempio di una maestra d’asilo che si trova ad essere in classe a 50 anni: non è pensabile che possa svolgere le stesse mansioni che svolgeva a 30 anni, anche perché entrano in gioco altre variabili come la probabile assenza prolungata per malattia, la probabile possibilità che debba assistere ai genitori, ecc. ... Quello che si richiede, quindi, ai datori di lavoro, ma, anche e soprattutto, alla politica, è quello di garantire un buon bilancio di lavoro e di vita anche per diminuire i prepensionamenti. Il concetto cardine uscito dal convegno è quindi  “Lavorare più a lungo ma lavorare meglio”.Interessante è la fotografia sull’attuale situazione del mondo del lavoro emersa dal convegno. In questi anni ci troviamo a vivere, superata la società industriale, nella società della conoscenza, anche se questo cambiamento molte volte non è stato assimilato dal sistema scolastico e formativo. Il capitale umano di oggi, che sta alla base di quello per il futuro, è composto da lavoratori che portano con sé nuove forme di lavoro (il part-time, il lavoro interinale ... ecc.), che non sono più ingessati nelle professioni classiche, che dovrebbero essere in grado di inseguire e di adattarsi a nuovi saperi ed, infine, avere un alto tasso di creatività. In questa nuova economia della conoscenza, incentrata sulle tre “T” (tolleranza, talento, tecnologia) è cambiata completamente la prospettiva: è il lavoratore a fornire le proprie capacità ed è lui stesso il titolare delle proprie conoscenze. Per questo ha l’obbligo di aggiornarsi autonomamente al fine di mantenere la propria occupabilità: il lavoratore è l’imprenditore di se stesso. Questo naturalmente sarà possibile solo se la società riuscirà a fornire una maggiore formazione (soprattutto una formazione maggiormente di qualità) e se riuscirà a valorizzare maggiormente alcune professioni a livello sociale (vedi, a titolo d’esempio, il lavoro dell’infermiera).L’ultimo punto toccato dal convegno è quello legato al ruolo dell’immigrazione in questa situazione. Qui i pareri sono discordi: c’è chi ritiene l’immigrazione un fattore indispensabile per non arrivare al collasso e c’è chi, invece, ritiene che sia solo una situazione di tamponamento perché, se oggi l’immigrazione porta nuova forza lavoro a costo zero, già da domani queste forze lavoro avranno bisogno di welfare (costi di educazione, di pensionamento, sanità ... ecc). Il fenomeno è così importante (e non solo per i riflessi economici, ma anche per quelli culturali, religiosi, ecc.) che va assolutamente compreso nei suoi effetti sul lungo periodo. Insomma, il convegno ha davvero messo in luce come sia urgente e necessario cambiare la prospettiva di come si guarda al mondo del lavoro, all’economia ed al sociale, perché stiamo vivendo davvero una fase di cambiamento “epocale”. Comprendere quanto sta accadendo è importante per tutti, perché in democrazia tutti dobbiamo riuscire a dare un contributo ad indirizzare la società ed a trovare risposte positive ai problemi che si stanno presentando.

(GG)

Last modified onDomenica, 05 Giugno 2016 11:22

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