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religione e dintorni

religione e dintorni (16)

L’essere umano è una persona? Intervista a don Michele Tomasi

Quanto di tragico è accaduto intorno alle traversie di Charles Gard e dei suoi genitori non dovrebbe essere scordato con il passare del tempo - come, di fatto, sta accadendo - ma dovrebbe piuttosto diventare lo spunto per farci riflettere ampiamente e in profondità, tali sono i temi che la vicenda ha posto sul piatto a livello spirituale, filosofico, teologico, etico, sociale, giuridico e politico.
Lo dobbiamo sicuramente a Charles, a Constance Yates, la mamma, e a Christpher Gard, il papà.


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Con una conversazione assieme a Don Michele Tomasi, Vicario episcopale per il clero della Diocesi Bolzano-Bressanone, iniziamo ad affrontare l’argomento. Qui la materia del nostro colloquio: la riflessione sul fatto che, oggi, si mette in opposizione l’essere essere umano con l’essere persona; un conflitto che, probabilmente, non dovrebbe neppure darsi.


Don Michele, come mai, a suo avviso, la modernità ci porta ad un conflitto così profondo.
Sta succedendo che, giustamente, tutte le persone, in modo approfondito o meno, si pongono di fronte a delle domande di senso, fondamentali; e questo è un bene.
Ci sono delle situazioni limite sulle quali non abbiamo una risposta definitiva perché forse quella risposta definitiva non c’è, ma di fronte alle quali tutti siamo chiamati a dire: “Ma io come vedo la mia vita?”; quindi, io che senso riesco a vedere nella vita?
Ci poniamo quindi tante domande sul significato e anche sul valore della vita, ma la vita non è un concetto astratto, la vita sono persone che vivono e, per tanto, arriviamo a chiederci qual è il valore della persona.
Questo è l’ambito all’interno del quale ci muoviamo, tutti noi, con le nostre paure: tutti abbiamo paura di morire e tutti abbiamo paura di soffrire.
Molti di noi non vogliono essere di peso ad altre persone, quindi c’è tanto di bene nella coscienza umana che si muove anche in questo contesto.
Allo stesso tempo, però, siamo tenuti a dare delle risposte che non siano immediatamente solo emotive e che siano davvero rispettose di quella dignità umana che tutti vogliono affermare, ma che spesso è definita in modo incoerente.
I punti chiave sono: “Questa vita è degna di essere vissuta?”, “Quando è degna di essere vissuta?”, e senza caricaturare nessuna posizione, perché non è questo il senso della riflessione, la mia ipotesi di fondo è che la vita, e particolarmente la vita umana di una persona umana dal momento in cui c’è, è degna di essere vissuta fin quando c’è naturalmente.
Le caratteristiche e le peculiarità che ha l’esistenza di ogni persona, sono fondamentali, ma sono tali perché con quella persona, poi, si entra in relazione e con quella persona si vive assieme; di quella persona, eventualmente, ci si prende cura esaltandone la dignità, si lascia che altre persone si prendano cura di noi, e, insieme, ci prendiamo cura del creato.
Questa è la mia prospettiva, non una vita che fa cose particolari, ma una persona che è.
Non una persona che non soffre, ma una persona che, anche nella sofferenza, può trovare intorno a sé persone che la leniscono che la curano che l’accompagnano e che le dimostrano il loro amore. Mi sembra una prospettiva che dà significato all’esistenza di tutti, che prova a non scappare di fronte al dolore, alla sofferenza, soprattutto di fronte al dolore e alla sofferenza innocenti, dei piccoli, dei bambini, di coloro che non hanno voce, delle persone che da sole non ce la fanno, di quelle persone che lasciano intravedere così tanta insopportabile sofferenza che alle volte umanamente viene da dire: “Qui dobbiamo interrompere”.
Tutto in un mondo nel quale abbiamo una proposta medica e scientifica eclatante sia per poter guarire, sia per allungare la durata della nostra vita che, fino a cinquanta anni, fa era impensabile. Un mondo, dunque, nel quale, anche grazie alla medicina e alla sua tecnologia, viene fatto tanto di bene, ma si pongono anche dei dilemmi morali che forse, anticamente, si ponevano in una maniera differente. Con la conseguenza che da un lato, ci dimentichiamo che la morte fa parte della vita e quindi che dobbiamo tenere conto di questo, non possiamo fare finta di essere immortali su questa terra perché non lo siamo, e, dall’altro, la tentazione di risolvere i problemi esistenziali drammaticissimi delle persone ponendo fine alla loro esistenza è forte più che mai.

Don Michele, come ci poniamo di fronte a coloro che davvero non sono in grado di sopportare dolori e sofferenze terribili e che, disperati, chiedono di essere aiutati a porre fine ad un calvario insostenibile?
La sofferenza in sé e per sé non è un valore, mai. È sempre un qualcosa da curare, se si può. La dove però c’è, può assumere un significato di relazione fra le persone, di amore, di cura; mi ripeterò, ma per me è centrale il concetto di cura, il prendersi cura e, di contro, il lasciarsi curare, lasciare che qualcuno si prenda cura di noi. Quello che mi sembra mancare, è una profonda comunione fra le persone; rispetto a tutto questo quello che di più è assente, è la relazione profonda che fonda una comunità di persone che non si lasciano sole nella problematica.
Quando siamo nella sofferenza noi sappiamo che è nostra e che non può essere “esportata” e che non può mai essere portata fino in fondo da qualcun altro, ma questo non significa che in quel momento noi dobbiamo essere soli, anzi è proprio in quel momento che abbiamo più bisogno di tante persone che ci stiano vicino, che ci accompagnino, che non ci abbandonino, che ci aiutino a lenire le sofferenze.
Poi è vero, ci sono alcune persone che, nonostante la presenza, l’aiuto, l’amore, la cura, non ce la fanno; io non mi permetterei mai di giudicare, perché ho paura anch’io della sofferenza. In questi casi, a mio avviso, servirebbe un ulteriore sforzo collettivo per aumentare le possibilità di aiuto e di accompagnamento, piuttosto che quelle di fine della vita.
È un investimento sociale che dovremmo fare: cure palliative, associazioni come Hospice, favorire il volontariato in questo senso, diffondere una cultura, e lo ribadisco, della “presa in cura” degli altri così come del proprio mondo, della propria cultura, dell’arte, della natura, del creato; quanto più ci prendiamo cura di tutto, tanto più creiamo un orizzonte di senso all’interno del quale anche queste domande sono poste.

La sua, don Michele, è una proposta in controtendenza: la presa in cura di ognuno di noi di altre persone, più persone che si prendono cura di una persona, starsi vicini, amarsi, aiutarsi a fronte di un modello culturale che si va ben delineando e la cui cifra è il singolo individuo, la sua autodeterminazione assieme ai concetti di utilità e di qualità della vita.
La scoperta dell’individuo è, mi pare, il percorso della modernità. Se vogliamo andare nel 1500, nella storia occidentale, si scopre la persona come individuo e ci sono molti aspetti positivi in questo soprattutto lì dove abbiamo sottolineato sempre di più, ed è un valore ormai imprescindibile, l’uguaglianza in dignità di tutte le persone.
Il problema è che se pensiamo l’individuo staccato da ogni relazione all’origine di tutto non cogliamo la realtà della nostra condizione: noi veniamo da una relazione, entriamo in una serie di relazioni che sono, ad esempio, la famiglia che ci accoglie venendo a questo mondo che porta con sé la lingua che parliamo, il contesto sociale nel quale siamo immersi, anche fisicamente siamo il combinato del codice genetico dei nostri genitori.
Noi siamo, prima di tutto, una relazione; quando usiamo una lingua noi assimiliamo ed usiamo quel codice di linguaggio, poi, se siamo bravi, da poeti o letterati, la cambiamo la facciamo progredire, modificare nel tempo e sono le persone che fanno questo.
Dunque, l’individuo come persona è un individuo in relazione, non pienamente determinato da questa relazione, e, infatti, può liberarsene, ma senza questa relazione, certamente non è.
Non siamo enti calati dal cielo e poi, solo se vogliamo, entriamo in relazione con gli altri; noi veniamo dalle relazioni dal cui interno siamo costituiti e come tali ci identifichiamo come soggetti, unici ed irripetibili.
Allora com’è la relazione tra le persone? Homo homini lupus, con tutto il rispetto per i lupi, perché spesso siamo molto peggio di loro, oppure siamo delle persone che si guardano negli occhi e trovano un appello in quello sguardo che dice, come prima cosa, non uccidermi? Richiamo qui la visione del filosofo di origine ebraica Emmanuel Lévinas.
Veniamo da e siamo nelle relazioni e queste possono essere facili, difficili, conflittuali, contrapposte, c’è sempre la possibilità del malinteso, ma anche poi la capacità di entrare in una speciale sintonia che è quella che chiamiamo, con una parola grande, amore.
Se l’opzione fondamentale è che siamo creati per l’amore e siamo chiamati a viverlo e quindi siamo chiamati alla felicità, l’amore è gioire assieme, ma anche soffrire assieme.
Questa prospettiva è, probabilmente, più plausibile per chi crede che questa natura sia creata da un Dio che è amore, piuttosto che per altre prospettive, ma questa, in ogni caso sia, parla direttamente al cuore delle persone.
Questo è il dato che desideriamo tutti indipendentemente dalla nostra fede o meno.
Chi pensa da cristiano dà un nome a questa relazione e dice: “Io sono immagine e somiglianza di Dio” che a sua volta è relazione. L’esperienza morale del cercare il bene per sé e per gli altri è un’esperienza di tutti, ma questa è già un’esperienza relazionale.
Noi tutti, invece, vorremmo essere da subito sovrani ed indipendenti, non è vero? Nessuno dovrebbe avere a che dire alcunché sulla nostra vita; ma, avere qualcuno che ha da dire una parola nella mia vita significa imparare l’affidamento, imparare la fiducia, imparare tante cose che da soli non riusciremmo ad afferrare.
Già solo per quel che riguarda il nostro sapere, è una minima parte quello dovuto alla nostra esperienza diretta, tutto il resto ci è stato detto, lo abbiamo letto o studiato, lo crediamo, ci affidiamo ad altri, dunque siamo questa rete di relazioni, siamo questa comunità.
A mio avviso, la modernità farà un ulteriore balzo in avanti quando riconsidererà la persona all’interno di questa rete di relazioni. Senza buttare niente delle conquiste, ma non rassegnandoci a considerarci delle isole che non comunicano pur stando una accanto all’altra; questa è una rappresentazione, secondo me, assai diffusa, ma non corrispondente al dato, alla realtà dei fatti.

Don Michele, molte persone e non solo i cosiddetti nati digitali, tendono a spostare questa rete di relazioni dal reale al virtuale diventando quest’ultimo, spesso, più potente del primo; dunque, da un lato l’individuo con la sua assoluta, reclamata “solitudine”, dall’altro si coltivano relazioni, ma spesso virtuali: individualismo e relazioni virtuali possono contribuire ad allontanarci dal comprenderci come persone e quindi a diluire il concetto stesso di essere umano come persona?
Non sono sicuro che ciò avvenga, posso pensare che l’attuale moderna visione delle cose potrebbe contribuire a rendere plausibile una confusione tra essere umano e persona visti in dicotomia nel momento in cui non è necessario un ancoraggio nella realtà fisica per provare delle emozioni. Il dilemma sul fatto che l’essere umano sia o no persona è la domanda su chi siamo e da dove riceviamo la nostra identità, credo che sia una domanda molto occidentale, molto nella modernità ancora una volta perché quello che noi vorremmo è essere noi gli artefici della nostra vita.
La cosa che ci dà fastidio più di tutte è che qualcuno mi venga a dire cosa devo fare, cosa devo essere, come devo essere e in questo ci coinvolge tutti. Se qualcuno mi da un ordine, io sono a disagio.
Non so come fosse nell’antichità, io ora proietto la mia esperienza e la situazione è questa.
Però, se io coerentemente decido di portare a fondo questa scelta, allora io devo determinare tutto di me, io devo costituirmi e qui c’è l’opzione di fondo: credo che non siamo autocostituiti, per lo meno dall’inizio, nessuno ci ha chiesto se volevamo esserci o no. Già dall’inizio subisco l’ingiustizia più grande: nessuno mi ha chiesto se io volevo esistere o no.
Provando a comprendere la sensibilità moderna, personalmente, sono grato di potermi vivere come un non necessario che è stato donato: non c’è scritto da nessuna parte che io debba esserci, guardo con stupore il fatto che ci sono e ringrazio, però tengo ben presente che io sono una persona che sta bene, una persona, tutto sommato, privilegiata nella sua vita. Posso immaginare alcuni che si trovano nel dolore, nella sofferenza, nel limite forte, che si chiedono ma perché questo dono è venuto così, chi me lo fa fare di accettarlo; vedo, però, anche in concrete esperienze, molte persone che noi diciamo limitate o deboli, che, invece, questa esistenza la accolgono come un vero dono e che lo restituiscono con un’eccedenza di senso che lascia stupiti ed ammirati.

Franco Boscolo

Preti in politica

Vista la tuttora esistente incompatibilità tra abito talare e militanza politica, specialmente se comporta l'elettorato passivo (id est: candidarsi alle elezioni), sancita anche dal Codice di diritto canonico, alcuni preti "lasciano" e si candidano: lo fa ora, con dichiarazione sconcertanti (come la disponibilità a trattare con i mafiosi) l'ex parroco di Santa Monica a Ostia, Franco De Donno.

Invero si contano dei precedenti: c'era stato anche il suo quasi omonimo Don Olindo Del Donno, personaggio poliedrico, plurilaureato e autore di saggi importanti, per ex. sulla pedagogia di Don Bosco, più volte parlamentare dell'allora MSI tra gli anni Settanta e i Novanta del secolo scorso, ancora prima il fondatore del Partito Popolare (poi Democrazia Cristiana, con una notevole metamorfosi, però) don Luigi Sturzo (1871-1959) e don Romolo Murri (1870-1944) del Partito Radicale, beninteso non quello, ben posteriore, "di" Marco Pannella.

Ampliando lo sguardo, il panorama dovrebbe includere varie figure: penso al guerrigliero colombiano Don Camilo Torres, marxista (teologia della liberazione), membro fondatore dell'Ejército de Liberaciòn Nacionàl, morto in combattimento nel 1966 e ai tanti preti della teologia della liberazione viventi, come per es. in Nicaragua Ernesto Cardenal, anche poeta e a suo tempo ministro della cultura nicaraguense - come lui il fratello Fernando e tanti altri.

Inutile affastellare nomi su nomi: nonostante divieti e volontà di separare potere ecclesiale e politico (Dante fu uno dei primi a propugnare la dicotomia), preti di destra, sinistra e centro ci saranno sempre... Meglio se non con proposte ambigue come quelle di Don Franco De Donno...

Eugen Galasso

La tolleranza della Chiesa per regimi e persone filofascisti e filo nazisti

In un'intervista a "Libero" di domenica 20 agosto, lo scrittore russo naturalizzato italiano Nicolai Lilin, autore del noto "L'educazione siberiana", ma anche conduttore di "La versione di Lilin", programma TV, non abbia solo attaccato Laura Boldrini, presidente della Camera (sic?!), per le sue politiche sull'immigrazione, ma anche per aver accolto calorosamente il Presidente della Rada ucraina (Camera, dunque collega della Boldrini) Andriy Parubiy, che Lilin (giustamente) definisce un "conclamato nazista".

Verissimo, anche perché l'Ucraina ha da sempre (dall'epoca di Adolf Hitler) una maggioranza filonazista - peraltro sostenuta o almeno mai criticata dalla Chiesa uniate ucraina (cattolica). In tutti i paesi in cui il cattolicesimo si è imposto con la forza sulla religione evangelica/protestante (in Sudtirolo con la sanguinosa lotta contro il socialismo evangelico di Michael Gaismayr, nel 1500), come in Ucraina e in Croazia, ci siano ben più che solamente rigurgiti nazisti. Usando l'anticomunismo, gli uniati hanno ben più che tollerato i nazisti ucraini, in Croazia gli ustascja filonazisti e filofascisti hanno avuto l'appoggio sostanziale della chiesa cattolica e dei suoi dirigenti (mai "ripresi" da papi come Woytila e Ratzinger..., anzi). E, per dirla tutta, non è un caso che Ucraina, Sudtirolo, Croazia abbiano prodotto molti più aguzzini nei Lager che Germanici e Austriaci...

E.U.

L'Alto Adige/Südtirol riscopre la sua componente evangelica.

Dopo molti secoli il Südtirol-Alto Adige, ipercattolico, "sanfedista", nato e consolidato sul potere dei principi vescovi contro il protestantesimo sociale-evangelico di Michael Gaismayr (1500), avendogli contrapposto nel 1800, e ancora oggi lo fa, Andreas Hofer, oste bigotto e fanatico, riscopre e rivaluta almeno in parte la tradizione evangelica.

Vari appuntamenti, da qui a novembre, a Merano (chiesa evangelica e casa pastorale, dunque in prospettiva ecumenica, si spera) che, auspicabilmente, sarà prodromica anche a una rilettura della storia dell'ebraismo e della sua persecuzione (Merano è sede di una comunità ebraica consolidata e molto attiva), persecuzione che in questa zona è stata cattolica e poi nazista (molti Sudtirolesi erano fanatici nazisti, non lo si dirà mai abbastanza) e che ancora oggi si alimenta perversamente del doppio pregiudizio...

Eugen Galasso

 

Nell'immagine la chiesa evangelica di Merano

Don Milani e Don Mazzolari valorizzati da Papa Francesco

IL Papa a Barbiana (Firenze) a rendere un omaggio non retorico a don Lorenzo Milani (1923-1968), come poco prima aveva fatto a Bòzzolo per don Primo Mazzolari (1890-1959). Due figure straordinarie, "profetiche" se il termine significa ancora qualcosa, due "ribelli" rispetto a convenzioni e menzogne della civiltà (cattolici anche profondamente, ma lontani da schemi ricevuti), due persone libere da indottrinamenti che, storicamente, si sono sovrapposti ai testi sacri, spesso "sviandone"-"fraintendendone" il senso profondo.

Mattarella e Papa Francesco si incontrano.

"Cordialissimo incontro" viene definito quello tra Papa Francesco e il presidente Mattarella (seconda visita al Quirinale del papa). Non c'è da stupirsene per la grande qualità umana e spirituale del Papa e quella del presidente, decisamente superiore al suo predecessore. Ma c'è anche da dire che, merito di questo è anche il "secondo (nuovo) Concordato", opera di Bettino Craxi (18 febbraio 1984) che, firmato con il cardinale Casaroli, sanciva l'adattamento ai nuovi tempi, togliendo il riferimento, di stampo fascista anzi clericofascista, alla religione cattolica come "religione di Stato".

Tutto bene, diremmo, non fosse la parte debordante che i TG hanno assegnato al discorso del Papa, oscurando ogni altro fatto. Un clericalismo (criticato da moltissimi cattolici "laici" e critici)  che nei media assume ogni mossa papale ed ecclesiastica.

Sembra di vivere ancora"tra l'assenzio (oggi le nuove droghe....) e la Grande Messa" (Jacques Brel), quasi il segno dei tempi non si fosse fatto sentire. Non viviamo più negli anni (1958, per essere precisi) quando, in "Pour l'Italie" (Paris, Julliard) il pensatore e polemista Jean François Revel (1924-2006) definiva il Vaticano uno dei grandi mali italiani. Non mi schiero con lui, ma ritengo il clericalismo sornione (ma anche contraddittorio) dei media una pura e semplice operazione di facciata, ma di faccitaa conformista: RAI, Mediaset, Sky corrispondono a gruppi di potere precisi, decisi a indottrinare le persone, non a farle pensare con la loro testa.

Eugen Galasso

Giochi nella Chiesa

"Tantum potest religio" (dove per "religio" si intende=superstizione e di superstizioni una certa lettura del cattolicesimo è strapiena).

Da anni la sedizione più o meno occulta contro papa Francesco è una vera "crociata" del cattolicesimo tradizionalista, non solo lefebvriano, del bigottismo ("die Katholen", in tedesco) contro ogni innovazione conciliare e post-, nell'intento di restaurare un dominio anche temporale della chiesa cattolica, dove la restaurazione in senso miracolistico e antiscientifico assume forme di fanatismo, che vede irreligiosità e "blasfemia" per ogni dove, ha l'ossessione del comunismo (la teologia della liberazione, come chiarito molte volta dai protagonisti, non solo da Gustavo Gutierrez non è di per sé=comunismo).

Tutti questi "restauratori" che detestano il Concilio, questi nostalgici del franchistico "Que se muera la inteligencia, que viva la muerte!" esaltano, versus papa Francesco (Bergoglio), più ancora di papa Woytila (Giovanni Paolo II°), il suo teorico-teologo, il papa "emerito"(?) Joseph Ratzinger, colui che, fanatico anche in materia di morale sessuale, copriva allegramente gli scandali dei preti (e dei vescovi pedofili). Ratzingeriano è il vescovo di Bolzano-Bressanone, Ivo Muser, da qualcuno detto il"principe-vescovo"... In campo giornalistico sempre "ben profilato "è Antonio Socci, noto per aver insultato in TV (rete RAI) una donna che aveva abortito...

Eugen Galasso

Un ricordo dello scomparso vescovo Golser

Apprendo, con enorme ritardo e del tutto casualmente, della morte di Karl Golser, vescovo della diocesi di Bolzano-Bressanone e teologo moralista (fu il mio professore di teologia morale all'Istituto superiore di scienze religiose, tra il 1990 e fine 1993-un'era geologica fa...). So che era affetto da anni dal morbo di Parkinson.

Come vescovo mi è sembrato equilibrato, disposto al dialogo interetnico (più del suo predecessore Wilhelm Egger, dice qualcuno-in merito non sono in grado di esprimermi), teologicamente abbastanza aperto (pur se non moltissimo). Teologicamente certo preferibile (è il mio punto di vista) all'attuale vescovo Ivo Muser.

vescovobozen

Come professore era bravo, decisamente meglio del suo "corrispettivo" all'università di Innsbruck (non faccio nomi); la sua linea di insegnamento era teologicamente aperta, con juicio... come sempre per un sacerdote-teologo cattolico... Il testo che si usava era il Peschke, decisamente conservatore, non certo il Chiavacci o lo Haering... Per quanto mi riguarda, solo alla discussione della mia tesi (13.12.1993, in teologia dogmatica su "Lo scacco della trascendenza", dove era correlatore con mons. Canal), mi chiese, un po' spiazzandomi, del ruolo del peccato, tipica domanda da teologo moralista.

Eugen Galasso

Le critiche di Socci a Papa Francesco

Martellante, ormai, la polemica di Antonio Socci (toscano, precisamente senese, forse ignaro dell'espressione bolognese che qui non scrivo-ripeto), notoriamente cattolico integralista con venature apocalittiche, contro Papa Bergoglio, incolpato delle peggiori nefandezze, tra cui in primis quella di essere un leader altermondialista, terzomondista avremmo detto ancora qualche anno fa o "no.global"...

Due Papi messi a confronto da Antonio Socci

Tra le opere di fantascienza apocalittica involontaria si colloca da sempre Antonio Socci, scrittore e giornalista iper-cattolico, avversario di papa Bergoglio e ratzingeriano di ferro, nostalgico dell'era pre-conciliare, che ultimamente azzarda addirittura un paragone tra Ratzinger e Berlusconi che sarebbero due perseguitati.

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